• Mosè Previti

Perché amiamo gli scandali

Aggiornato il: 24 nov 2020


Courtesy Ch20.com

Amiamo gli scandali perché sono una novità, sviluppano dialogo, e mettono alla prova il nostro spirito critico, la nostra intelligenza e la nostra identità. Gli scandali ci chiamano a partecipare al grande gioco del mondo dalla nostra postazione di persone normali che possono solo ascoltare quel “grido che copriva le distanze”, lo squillo di tromba della fama. Grazie agli scandali, siamo invitati a partecipare all’arena olimpica riservata alla “voce del padrone”, e questo non può che farci un enorme piacere, non può che spingerci a diventare eco continua degli scandali.


Oggi siamo così immersi nel mondo dei contenuti multimediali che percepiamo la nostra identità personale come un elemento composito fatto di esperienza reale e virtuale. Però si può affermare, senza esagerare, che i mattoni della nostra conoscenza sono le immagini riprodotte più che l’esperienza reale. Abbiamo quindi un altissimo grado di assuefazione al linguaggio iconografico, anche il più estremo e innovativo. Consumiamo così tante immagini e così tanti contenuti multimediali che si potrebbe parlare ormai di una bulimia percettiva endemica in tutti gli utenti di internet. Si tratta di una specie di enorme rumore di fondo, un “rumore bianco informativo” del quale il nostro cervello percepisce e conserva le cose che gli interessano e le cose che lo colpiscono. Le cose che ci colpiscono possono, in linea di massima, non interessarci fin a quando attraverso lo shock non percepiamo l’esigenza di metterci in relazione con il materiale che l’ha prodotto.


Ultimo caso in ordine di tempo è quello relativo alle foto di Letizia Battaglia con le bambine e le auto di lusso di una nota casa automobilistica. Dal manuale dello shock marketing proviene tutta la campagna pubblicitaria impostata dalla fotografa. Chi lavora con le immagini, e specialmente i fotografi, sa che le spiegazioni sono sempre strumenti secondari, principalmente futili, rispetto al rapporto personale del fruitore con l’oggetto iconico. Bambine con potenti auto gialle possono interrompere lo scrolling dell’utente: l’ambiguità del messaggio, la bellezza dell’uno e dell’altro soggetto, la meraviglia esotica del contesto rendono il piatto succulento. Quindi ne parleranno in primis, come da manuale, gli indignati, poi i difensori e poi quelli che parlano di entrambi. La catena pubblicitaria innescata dallo shock marketing è fatale, inarrestabile e funziona, quasi sempre. Esistono casi recenti di shock marketing che sono esplosi in faccia ai loro detonatori ma di questo parlerò in un altro articolo.


Lo scandalo è una piccola delizia della mente, uno squillo di tromba nel rumore insipido delle nostre giornate prigioniere del virus e della sua propaganda. Lo scandalo è sempre esistito come conseguenza di una volontaria violazione dell’ordine morale, Paolo e Francesca per esempio. Ma nella nostra epoca, dove quasi tutto è programmato, congegnato, tecnicamente predisposto, uno scandalo autentico è forse un evento raro. Se disgraziatamente se ne viene a creare qualcuno, schiere di professionisti accorrono per trasformare l’evento negativo in una potente campagna pubblicitaria. Si veda ad esempio il tam tam mediatico di Amanda Fox all’indomani del processo che la vide coinvolta, oppure la lezione sul “controllo del panico” (2014) del capitano Francesco Schettino, all’epoca accusato e non ancora condannato per le tragiche conseguenze del naufragio della Costa Concordia, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito.


E. Manet, Colazione sull'erba, 1863.

Tra i maggiori scandalizzatori ci sono ovviamente gli artisti, alcuni dei quali hanno usato lo scandalo come arma comunicativa per affermare il loro linguaggio. Basti pensare a Caravaggio e alla sua scandalosa esistenza ma c’è un’intera epoca artistica che nasce con uno scandalo, involontario: l’arte contemporanea. Quando Le Déjeuner sur l'herbe di Manet fu presentato al Salon des Refusés Parigi, scoppiò una vera e propria ondata di riprovazione. Perfino Napoleone III si recò a vedere l’opera, probabilmente con una curiosità che era pari solo alle sue pubbliche lagnanze per la morale offesa. Era il 1863 e l’Impressionismo non era ancora nato, tuttavia Manet divenne in un batter d’occhio il pittore più famoso di Parigi. Il problema stava nel fatto che c’era una donna nuda in mezzo a dei signori vestiti, fatto disdicevole oltremodo agli occhi dei borghesi parigini, gruppo sociale al quale il pittore apparteneva totalmente. Tuttavia, era altrettanto vero che la prostituzione era ampiamente praticata e apprezzata a Parigi, quindi l’opera era insieme uno scandalo e una catartica confessione, specialmente per i “signori” che frequentavano assiduamente le celebri case di piacere della capitale francese.


Le fonti dell’epoca ci riportano i tremendi giudizi sulla prima mostra dell’Impressionismo che si tenne nel 1874 in uno studio del fotografo Nadar. I critici contribuirono enormemente al successo, in termini di fama, dell’esposizione. Fra questi bisogna citare Leroy che con una sarcastica nota alla mostra battezzò, involontariamente, il movimento: “Mio dio cos’è questo? Impresion, soleil, levant. Ci avrei giurato. Che libertà, che bravura! Una carta da parati allo stato embrionale è più rifinita di questa marina!”. Lo scandalo si gonfiò fino al grottesco come riportato sarcasticamente Emile Zola nel romanzo L’Oeuvre, largamente ispirato alla vita di Cezanne e alle peripezie degli artisti francesi dell’epoca.


G. Baselitz, Modell für eine Skulptur, 1979.

Tra i numerosi scandali dell’arte contemporanea, va segnalato il paradossale successo della mostra Entartete Kunst, organizzata dal partito nazista nel 1937 per gettare nel massimo discredito sugli artisti contemporanei. L’evento fece tappa a Berlino, Lipsia, Düsseldorf, Weimar, Halle, Vienna e Salisburgo raccogliendo oltre due milioni di visitatori. Ciò che doveva scandalizzare il pubblico divenne invece una precoce educazione del popolo germanico al linguaggio contemporaneo, disciplina nella quale ancora oggi i tedeschi eccellono.

Sempre all’ambiente tedesco appartiene uno dei maestri degli scandali inventati che hanno fatto tanto bene alla carriera degli artisti e al portafoglio dei loro mercanti. Non si può che guardare con una certa malizia, lo scandalo, ennesimo, con cui fu accolta la scultura “Modell für eine Skulptur” (1979) presentata da Georg Baselitz alla Biennale del 1980. L’opera era costituita da un blocco di legno da cui era stata ricavata una figura con il braccio alzato. Il gesto fu interpretato come un saluto nazista, mentre l’artista rivendicò in quella postura un tributo verso l’arte africana. Difficile credere all’ingenuità di un artista, gli artisti ingenui non diventano Georg Baselitz, uno dei grandi maestri dell’arte contemporanea, né si può credere negli ingenuità degli scandali. Gli scandali autentici si chiamano tragedie e per loro il cervello ha sempre un posto che è tutto il contrario del successo: l’oblio.


Mosè Previti

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